Amore e cervello: i risvolti neurobiologici dell’innamoramento

Pubblicato il 14 febbraio 2013

Amor c'ha nullo amato amar perdona, recitava Dante in un celebre verso

Che sia amore a prima vista o amore di una vita, amore materno o innamoramento, qualcosa cambia nel nostro cervello: si attivano nuove aree cerebrali, entrano in circolo determinati neurotrasmettitori.

«Esistono due modi di amare: l’amore romantico e l’amore materno/paterno. Per ciascuna modalità si attivano aree cerebrali diverse. – spiega  il professor Piero Barbanti, Primario Neurologo dell’IRCCS San Raffaele Pisana. - Nel primo caso si attivano le aree del piacere, delle emozioni, della sessualità, mentre nel secondo si attiva l’area del riconoscimento dei volti. Pensiamo a cosa facciamo con i nostri figli: li scrutiamo con attenzione, sempre pronti a cogliere ogni minima emozione sul loro volto».

 

Le statistiche neurobiologiche fanno durare la fase di innamoramento da 6 mesi ad un anno. «Durante questa fase – argomenta il medico - aumentano i livelli di dopamina, che è la nostra sostanza euforizzante mentre crolla la serotonina, che ha il compito di regolare l’equilibrio psicologico. Ecco il perché di alcuni cambiamenti comportamentali come l’impulsività, la riduzione di razionalità, o addirittura atteggiamenti ossessivi come mandare centinaia di sms alla persona amata».
E, buone notizie, neanche l'amigdala si sente in dovere di intervenire: insomma, quando ci si innamora veramente, la paura scompare.

 

Ossitocina e vasopressina sono invece le due sostanze che regolano la fase dell’amore consolidato. «L'ossitocina, – dice Barbanti - definita ormone dell’amore, è chiamata anche la sostanza della verità: non menti alla persona che ami. La vasopressina è l'ormone della fedeltà maschile: in teoria gli uomini con livelli bassi di vasopressina sono più predisposti al tradimento».

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